Torniamo un po’ indietro, all’inizio dell’anno. Mi aveva colpita un’affermazione, ma non ne ero più sicura. Ho cercato e trovato la notizia. Ricordiamo ancora Cecilia Sala e il suo “soggiorno” nelle carceri iraniane?
Raccontando quei terribili giorni, rientrata in Italia, riferiva la felicità di essere libera, una grande felicità perché poco chiaro il motivo dell’arresto ma pesantissimo il vissuto. Certa ormai della sua libertà, ha subito riferito del sentimento provato a dover lasciare la sua compagna di cella. Aveva conosciuto Farzaneh, questo il suo nome, lì, rinchiusa con lei dopo un po’. Non riuscivano a dialogare facilmente non potendo usare una lingua comune, conosciuta da entrambe. Cecilia si è sentita in colpa perché andava via. A disagio perché il sentimento condiviso in quei giorni, l’esperienza terribile, le aveva comunque avvicinate. Aveva permesso loro di scambiarsi abbracci, sorrisi, frasi, in fondo una condivisione di vita. Cecilia si era sentita meno sola con l’arrivo di Farzaneh. Per questo le è spiaciuto lasciarla lì.
Da poco trascorsa la festa della donna Vicino all’8 marzo è bello questo pensiero. Ci rammenta le risorse che ogni essere umano ha, a volte inaspettate, quando si viene a trovare in situazioni difficili, dure. Lascia emergere sentimenti che non immaginavamo in una situazione così estrema. È una fiducia nell’umanità e nelle sue capacità di condivisione e comprensione.
Il grazie va a Cecilia che ha voluto condividere anche questo suo sentimento nel mezzo di una esperienza triste e terribile. Uno slancio di altruismo verso la compagna, perché anche noi ce ne ricordiamo.