Viviamo in un tempo in cui ci sentiamo tutti in diritto di analizzare e giudicare gli altri. In questo gli strumenti digitali hanno potenziato le armi del nostro pettegolezzo.
L’apparente anonimato ci fa particolarmente duri e severi, in quanto non pensiamo di avere davanti delle persone, ma dei casi che incaselliamo a destra o a sinistra con fare saccente. Verso gli altri: sappiamo che quando valutiamo noi stessi, siamo più indulgenti. È allora anche al nostro mondo che parla questo piccolo gioiello incastonato nel vangelo di Giovanni. Davanti a Gesù portano un caso, anche se è in carne e ossa. Una donna adultera, colta sul fatto. È un caso facile, ci sono tutte le condizioni per applicare la legge, che prevedeva la pena di morte. Perché la portano a Gesù? Probabilmente per costringerlo ad adeguarsi anche lui, a leggere il mondo con lo sguardo del giudice, che applica con rigore delle leggi.
Lui li spiazza, costringendoli a mettersi in gioco. Non assolve la donna, perché in effetti lei ha sbagliato: ma li invita a giudicare con severità solo se si è in grado di sopravvivere a un giudizio severo.
Dopo, però, quando restano da soli, la guarda, e le parla. Gesù è l’unico che parla alla donna, in questa scena che la vede protagonista. E, parlandole, vede lei, la sua persona, la sua storia che pure non conosciamo. Non dice che ha fatto bene a peccare, non cambia il giudizio sulla legge. Ma la vede, e non la condanna, pur potendolo fare: «Va’, e non peccare più».
Lo sguardo di Gesù è divino perché sa guardare umanamente all’umanità. Anche noi possiamo farci più divini, vedendo le persone che abbiamo intorno senza ridurli a casi da giudicare.
IV Domenica di Quaresima ⇒C Leggi il Vangelo secondo Giovanni 8,1-11